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Bologna è la dotta e Modena è la bigotta; come mai?

domenica 15 giugno 2008

Date un matto ai liberali

I liberali, e non solo quelli d’Italia, non hanno bisogno di un grande economista perché ce l’'hanno, non di abili avvocati o di facondi oratori perché anche di questi ne hanno e forse troppi, non hanno bisogno di scrittori, di giornalisti e di intellettuali, perché più o meno lo sono tutti, non hanno bisogno di una massa poiché le masse si compongono di scontenti e, oggi, tutto il mondo è un mondo di scontenti.

Non hanno bisogno di quattrini perché o ne hanno o possono procurarsene, non hanno neppure bisogno di una dottrina o di una parola d’ordine (uno slogan, come si dice) perché la dottrina è sempre nuova e parole d’ordine se ne trovano quando si vuole. I liberali hanno bisogno di un matto. Uno di quei bei matti che non sono mai stati al manicomio e non ci andranno, che sono simpatici a tutti, non fanno ridere né piangere, ma cominciano con il farsi ridere dietro dai savii e farsi ascoltare da altri pazzi come loro e, alla fine, si tirano dietro il grande esercito dei savii e ben pensanti; i quali non pensano mai niente, ma lo pensano bene e con prudenza, e professandosi amici della verità non solo si guardano dal dirla, ma hanno paura di sentirsela dire.

Tutti costoro hanno bisogno di un matto: lo aspettano e, magari senza saperlo, lo invocano da un pezzo. I matti hanno due meriti: credono in quello che fanno e, a costo di rompersi la testa, di romperla agli altri e di finire, appunto, al manicomio, fanno quello che credono: danno, in una parola, il più bell’esempio di liberalismo che si possa desiderare. Infine i matti amano la verità e non possono trattenersi dal dirla e questa è la ragione per la quale vivono segregati e, se i savii non arrivano a tempo a rinchiuderli, si mettono a gridarla sulle piazze e fin nelle orecchie del primo che passa. Armati di queste due virtù e sicuri del fatto loro i matti, in fin dei conti, persuadono che la pazzia ha i suoi meriti e che senza pazzi non si va avanti.

I liberali ebbero nelle loro fila un anche bel numero di matti: cominciarono a dire che ci voleva una costituzione, poi che era necessaria l'’indipendenza e, con un bel volo finale, stabilirono che senza l'’unità non si sarebbe avuta né la costituzione né l'’indipendenza. Era un discorso da pazzi: e, infatti, filava così bene che tutti lo reputarono un’utopia: e come tale si realizzò ad opera dei pazzi con grande soddisfazione finale dei savii che avevano lasciato scappare quei pazzi. dai manicomi o non ve li avevano rinchiusi in tempo.

Erano, è vero, pazzi di buon umore e di bell'’ingegno che diffusero così bene la loro pazzia, da operare cose veramente da pazzi. Se ne andarono in mille a conquistare un Regno e partirono in divisa da bersagliere, con strane camicie rosse (le camicie dei pazzi) e in abito da sera. La cosa andò bene. Del resto era andata bene anche prima quando persuasero un Imperatore a fare delle autentiche pazzie ed un altro, per di più austriaco, a non farne nessuna e ad essere così saggio da rimetterci tutto quello che aveva. E andò bene anche dopo, quando in nome del Papa tolsero al Papa il potere temporale e in nome della religione proclamarono la separazione dello Stato dalla Chiesa. Gli andò sempre bene finché ebbero matti nelle loro fila e fecero cose da pazzi; come persuadere gli italiani che due e due fanno quattro e che non bisogna aver paura dei debiti ma è necessario pagarli. Quando i savii ebbero il sopravvento chiamarono queste cose Risorgimento, spedizione dei Mille, annessioni, legge delle Guarentigie e pareggio del bilancio. Ma, in realtà, erano pazzie che furono, poi, per pudore, mascherate con quei nomi augusti e con quei termini tecnici. I figli si vergognavano della pazzia dei loro padri e cercarono di dimenticarla. E perdettero tutto perché erano troppo savii e sapevano cosa significhi dir di no alla gente che strepita, specie se è numerosa, non essere del parere dei più, sfidare chi comanda, pensare con la propria testa, e, quel che è peggio, pagare di persona e di tasca. I liberali, bisogna dirlo, furono molto savii, e se tra loro c’era qualche matto, lo misero subito da parte e se non riuscì loro di metterlo al manicomio appartenendo alla specie innocua dei filosofi o degli economisti, li trattarono con le buone, dissero loro sempre di sì, e poi agirono da savii, facendo il comodo loro, agendo cioè così bene da savii, che ebbero, come dicono appunto i savii, il malanno, il danno e l’uscio addosso.

Ora i liberali hanno bisogno di un matto, di un matto da cima a fondo, un matto, come diceva Léon Daudet, perpendicolare.

Senza questo matto, i poveri liberali non riusciranno più ad essere liberali, perché non si convinceranno più che la libertà è una pazzia e che loro conviene fare, di conseguenza, cose da pazzi. La paura dei savii che un giorno i liberali riscoprano questa verità e si mettano, perciò, a fare cose da pazzi è tale che tutti li tengono buoni parlando, quando li incontrano, di libertà, ad alta voce, facendosi l’occhietto, appunto come si fa con i pazzi. Ma io vorrei rassicurare questi savii. I liberali non sono pazzi: aspettano il matto, ma non l’hanno ancora trovato. Ed aggiungo un consiglio per il giorno che il matto si sarà messo davvero in giro; inutile parlare di libertà avanti a lui. Non ci sarà modo di tenerlo buono. Guardate quali botte da orbi tirarono giù i Cavour, i Ricasoli, i Farini e persino matti dall'’apparenza innocua come Mamiani. Attenti ad un matto come Lanza: c'’è pericolo che voglia prendersi la rivincita della rivincita del ‘70. Guardatevi da un matto come Sella: c'’è rischio che dobbiate pagare le imposte e, per di più, le tasse. Se siete letterati e incontrate un pazzo come De Sanctis potete essere messi con le spalle al muro ed alla fine trovarvi senza poetica in tasca. Quale diabolica natura possa avere un pazzo liberale non si può sapere: può pretendere che ognuno sappia il suo mestiere e che si lavori nelle ore d'’ufficio, o che i patti sino rispettati, o che non ci si arricchisca a spese d’altri, stiano attenti gli imprenditori: i pazzi liberali parlano di libero mercato, di libera concorrenza, sono contro i privilegi, i monopoli ed il protezionismo. A queste parole si riconoscono facilmente: e in genere ne parlano soltanto. Ma se arriva il vero matto, quello che il Partito Liberale va cercando e non trova, i guai possono diventare grossi. Poiché un vero pazzo, le pazzie non solo le dice, ma le fa: ed ha il fiuto infallibile per riconoscere coloro ai quali piace sentir dire pazzie e, a sua volta, farle. Da giovane ho studiato i pazzi e mi trovai a far pazzie come loro: posso dire che di pazzi me ne intendo.

Sono sicuro che il gran matto liberale scoverà i poveri diavoli tassati più dei miliardari, i commercianti che non possono vendere al ribasso, i consumatori che non avranno più niente da consumare e si saranno ridotti pelle e ossa, gli imprenditori in cerca di qualche pezzo grosso al quale promettere la percentuale per riscuotere il danaro che lo Stato gli deve. Siate sicuri che questo grosso pazzo si metterà a gridare che questo è uno Stato socialista che non fa il socialista e che bisogna dargli addosso, perché non vi fa né circolare, né mangiare, né dormire, ed è pieno di funzionari, di aspiranti funzionari, di capi servizio, di capi dei capi servizio e sarà capace di gridare che ogni piano quinquennale si risolve in lavori forzati e in una grossa tipografia che stampa tessere, tessere, tessere a non finire, fino alla tessera della tessera e alla distribuzione programmata nel nulla.

I pazzi sono qualche volta pericolosi, ma i savii sono sempre dannosi. Il liberalismo ha fatto una tale cura di saviezza, che, ora gli occorre un pazzo e con urgenza. Spero che lo trovi, sebbene di questi tempi sia difficile poiché anche la pazzia è razionata e la furberia, che è tutt’altra cosa, tenda a prendere il posto. Tuttavia non bisogna disperare.

Il giorno in cui il matto che occorre ai liberali sarà venuto fuori, ci sarà, nel mondo, un gran sollievo. La gente che sogghigna, comincerà a sorridere e finirà per ridere: e quando sulle piazze si presenterà il solito spacciatore di felicità e di giustizia, una grande risata lo accoglierà come oggi lo accolgono gli applausi: e ad ogni discorso ci sarà il contraddittorio. Il matto liberale comincerà a fare i conti e a sommare i sogni con i risvegli e le promesse con le delusioni e alla fine alzerà un bel cartello nel quale ci sarà un bel zero al posto della colomba, della bandiera, della falce, del martello, della fiamma, dell'’edera e dello scudo crociato. Sarà una gran processione di gente impazzita ed ilare, contenta finalmente di aver scoperto che chi non fa nulla non ha niente da fare, che dove non si capisce non c’è niente da capire e che le chiacchiere non fanno farina. Allora si riunirà il grande sinedrio della gente savia e comincerà la caccia al pazzo e si dirà che è scappato dal manicomio. Ma, come tutti i pazzi, il gran matto liberale domanderà dove sia il manicomio: e chiederà spiegazioni del bilancio che quadra con i debiti che aumentano, dei prezzi che debbono diminuire con l’inflazione che deve risanare la moneta, delle opere pubbliche che non devono essere attuate nel Mezzogiorno per non disturbare il Settentrione, o del Settentrione che deve sempre però lavorare per pagare la burocrazia che aiuta lo Stato a non pagare i suoi debiti, o i partiti che agitano lo Stato impedendo al Parlamento di funzionare. E finirà per chiedere di essere ospitato a Montecitorio o al ministero del Tesoro, per mettere un po’ d’ordine tra i savii con il magistero della sua pazzia, e sarà credo, difficile rispondergli o dargli torto.

Il tempo della gente savia sta per finire. Socialisti, democristiani, comunisti sono gente savia. Gli uni infatti hanno perduto il credito che avevano, gli altri stanno perdendo quel poco che loro resta, gli ultimi hanno perduto la speranza di conquistarlo. I liberali hanno già, con la loro saviezza di 25 anni, percorso tutta la strada: e non hanno più nulla da perdere, ma tutto da acquistare.

Ma serve loro un matto, un vero matto, un matto senza occhiali da sole. Date un matto ai liberali.

Di Mario Ferrara.

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