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Bologna è la dotta e Modena è la bigotta; come mai?

giovedì 19 giugno 2008

Tremonti ha un bel pacchetto, gli manca solo la benzina


Di velluto, ma pur sempre una rivoluzione. Sarebbe ingeneroso sottostimare l'importanza del «pacchetto per lo sviluppo» che esce oggi dal Consiglio dei ministri. È vero che il governo si è perso alla ricerca di passanti danarosi nella foresta di Sherwood: la Robin Hood tax obbedisce alla necessità, per il ministro Tremonti, di dare seguito politicamente al clima e agli scenari che prefigurava nel suo best-seller elettorale. Ma è vero anche che Tremonti e il governo si trovano ad agire in un momento particolare, nel quale nessuno vede la fine della corsa al rialzo del greggio. La tentazione di togliere ai ricchi, contorcendo il vocabolario tradizionale del centrodestra e spiazzando il Pd, viene a saldarsi col bisogno di venire incontro alla domanda popolare: fate qualcosa. È comprensibile si voglia disinnescare un disagio sociale che pare pronto a esplodere in settori tradizionalmente vicini al Pdl (fra i padroncini, per esempio) - nel momento in cui si sa già che altri pezzi di società (a cominciare dagli impiegati pubblici) stanno affilando le armi.
Per carità, le pressioni politiche rappresentano l'eterna giustificazione di qualsiasi interventismo. Ma sarebbe ipocrita negare che vi siano, e pesanti, e illusorio immaginare un esecutivo saldo al punto da resistervi. Certo, se il gettito della Robin Hood tax verrà utilizzato per concedere una fiscalità di favore ad alcune categorie particolarmente esposte al caro carburanti darà sollievo solo a loro. Una riduzione selettiva del prelievo finirà per distorcere il mercato senza produrre benefici diffusi.
In questo frangente, di diverso conio dovrebbero essere le misure volute da Claudio Scajola. Mirando alla liberalizzazione della distribuzione, il ministro può fare bene: ma tenendo presente che liberalizzazione, quando si parla di benzina, fa rima con razionalizzazione. La rete italiana è molto inefficiente e questo causa un sovrapprezzo quantificabile in 3-5 centesimi per litro. In Italia, rispetto ad altri paesi europei, abbiamo troppi punti di rifornimento, con un erogato medio troppo basso, che derivano interamente il loro reddito dai margini sui carburanti. La chiave di volta sta nella rimozioni dei vincoli esistenti al mix merceologico. Cioè, i distributori dovrebbero poter vendere anche i prodotti non oil, creando veri e propri minimarket, come accade altrove, e trasformare i carburanti in beni civetta per attirare i clienti.
Detto questo, il pacchetto è l'espressione migliore della nuova stagione del centrodestra. Un nuovo corso meno incendiario nelle parole d'ordine, ma - se il pacchetto avrà il destino che la marmorea maggioranza berlusconiana potrebbe garantirgli - non necessariamente meno incisivo. I provvedimenti più volte anticipati dai ministri Sacconi e Brunetta dovrebbero esserci, e non si tratta di cure omeopatiche. L'abolizione del divieto di cumulo fra lavoro e pensione può avere importanti effetti di «emersione».

La riduzione della carta nella pubblica amministrazione non fa bene solo alla foresta amazzonica, ma rende possibile l'affinamento di strumenti che di per sé dovrebbero significare un recupero di efficienza e di trasparenza.
Inoltre, è apprezzabile la responsabilizzazione degli enti locali, che pure fanno fuoco e fiamme, messi davanti alla prospettiva di tagli molto duri. Quando Tremonti dice: comportiamoci come fossimo in un condominio, implicitamente chiarisce dove stia la differenza tra gli scampoli di federalismo faticosamente strappati a Roma negli scorsi anni e il «federalismo fiscale» cui si dovrebbe mettere mano in questa legislatura. Un federalismo autentico deve essere responsabilizzante ed evitare la moltiplicazione dei centri di spesa.
Ma fra tutte le novità apprezzabili (inclusa la spintarella populista ai libri di testo su internet, che comunque attiva un mercato) che dovrebbero essere presenti nel pacchetto, di gran lunga la cosa più importante è la liberalizzazione dei servizi pubblici locali. È così perché si tratta del provvedimento politicamente più difficile (chiedere a Linda Lanzillotta) nonostante sia apparentemente una ricetta condivisa dai partiti maggiori. Le resistenze degli interessi locali, dei loro terminali romani, e del sindacato, sono leggendarie. Va dato atto al Pdl di mettere consapevolmente le mani in un vespaio. Forse sarà questo il banco di prova decisivo per capire se quello di Berlusconi è decisionismo o un tirare a campare ben temperato.

Da Il Riformista, 18 giugno 2008
di Alberto Mingardi

martedì 17 giugno 2008

ICI DAY: Bertolini (Pdl) incontra i cittadini


MODENA - Sono tantissimi i cittadini che lunedì mattina hanno incontrato Isabella Bertolini (PdL) presso il punto informativo allestito sotto il portico del collegio in centro città, in occasione dell'ICI day, per ricordare, nel giorno della scadenza del pagamento dell'imposta comunale sugli immobili, gli effetti derivanti dall'abolizione dell'Ici sulla prima casa, voluta dal Governo Berlusconi.

"Sono moltissimi i Modenesi grati al nuovo Governo per avere cancellato una imposta ingiusta, che colpisce un bene primario come la casa di proprietà. Circa 70.000 le famiglie modenesi che oggi non dovranno pagare l'ICI. Una rivoluzione epocale quella introdotta dal Governo nella storia del nostro Paese, che ci sembra giusto ricordare. Circa 8 milioni di euro oggi rimarranno nelle tasche dei cittadini modenesi. L'abolizione dell'Ici, che sarà a costo zero per i Comuni, rappresenta la prima grande promessa già mantenuta dal Governo del PdL, per rimettere nelle tasche degli Italiani parte dei soldi che il governo Prodi ha tolto alle famiglie con una tassazione iniqua e insostenibile. Con l'abolizione dell'Ici e la detassazione degli straordinari, oltre agli interventi sui mutui, il governo Berlusconi ha già dimostrato di volere mettere al primo posto delle proprie iniziative politiche il sostegno alle famiglie, ai lavoratori e alle imprese per una nuova stagione di sviluppo e di crescita".

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L'ici day si è tenuto Lunedi 16 Giugno.

Mi era stato inviato un sms da Flavio Morani (presidente del circolo della libertà modenese e coordinatore dei giovani di F.I.) per informarmi dell'iniziativa, purtroppo non sono riuscita a recarmici causa lavoro.

Sono fiera di ciò. Quantomeno si cerca di abbassare, ove possibile, qualche tassa. Magari non di tanto , ma almeno c'è l'intento.



domenica 15 giugno 2008

Date un matto ai liberali

I liberali, e non solo quelli d’Italia, non hanno bisogno di un grande economista perché ce l’'hanno, non di abili avvocati o di facondi oratori perché anche di questi ne hanno e forse troppi, non hanno bisogno di scrittori, di giornalisti e di intellettuali, perché più o meno lo sono tutti, non hanno bisogno di una massa poiché le masse si compongono di scontenti e, oggi, tutto il mondo è un mondo di scontenti.

Non hanno bisogno di quattrini perché o ne hanno o possono procurarsene, non hanno neppure bisogno di una dottrina o di una parola d’ordine (uno slogan, come si dice) perché la dottrina è sempre nuova e parole d’ordine se ne trovano quando si vuole. I liberali hanno bisogno di un matto. Uno di quei bei matti che non sono mai stati al manicomio e non ci andranno, che sono simpatici a tutti, non fanno ridere né piangere, ma cominciano con il farsi ridere dietro dai savii e farsi ascoltare da altri pazzi come loro e, alla fine, si tirano dietro il grande esercito dei savii e ben pensanti; i quali non pensano mai niente, ma lo pensano bene e con prudenza, e professandosi amici della verità non solo si guardano dal dirla, ma hanno paura di sentirsela dire.

Tutti costoro hanno bisogno di un matto: lo aspettano e, magari senza saperlo, lo invocano da un pezzo. I matti hanno due meriti: credono in quello che fanno e, a costo di rompersi la testa, di romperla agli altri e di finire, appunto, al manicomio, fanno quello che credono: danno, in una parola, il più bell’esempio di liberalismo che si possa desiderare. Infine i matti amano la verità e non possono trattenersi dal dirla e questa è la ragione per la quale vivono segregati e, se i savii non arrivano a tempo a rinchiuderli, si mettono a gridarla sulle piazze e fin nelle orecchie del primo che passa. Armati di queste due virtù e sicuri del fatto loro i matti, in fin dei conti, persuadono che la pazzia ha i suoi meriti e che senza pazzi non si va avanti.

I liberali ebbero nelle loro fila un anche bel numero di matti: cominciarono a dire che ci voleva una costituzione, poi che era necessaria l'’indipendenza e, con un bel volo finale, stabilirono che senza l'’unità non si sarebbe avuta né la costituzione né l'’indipendenza. Era un discorso da pazzi: e, infatti, filava così bene che tutti lo reputarono un’utopia: e come tale si realizzò ad opera dei pazzi con grande soddisfazione finale dei savii che avevano lasciato scappare quei pazzi. dai manicomi o non ve li avevano rinchiusi in tempo.

Erano, è vero, pazzi di buon umore e di bell'’ingegno che diffusero così bene la loro pazzia, da operare cose veramente da pazzi. Se ne andarono in mille a conquistare un Regno e partirono in divisa da bersagliere, con strane camicie rosse (le camicie dei pazzi) e in abito da sera. La cosa andò bene. Del resto era andata bene anche prima quando persuasero un Imperatore a fare delle autentiche pazzie ed un altro, per di più austriaco, a non farne nessuna e ad essere così saggio da rimetterci tutto quello che aveva. E andò bene anche dopo, quando in nome del Papa tolsero al Papa il potere temporale e in nome della religione proclamarono la separazione dello Stato dalla Chiesa. Gli andò sempre bene finché ebbero matti nelle loro fila e fecero cose da pazzi; come persuadere gli italiani che due e due fanno quattro e che non bisogna aver paura dei debiti ma è necessario pagarli. Quando i savii ebbero il sopravvento chiamarono queste cose Risorgimento, spedizione dei Mille, annessioni, legge delle Guarentigie e pareggio del bilancio. Ma, in realtà, erano pazzie che furono, poi, per pudore, mascherate con quei nomi augusti e con quei termini tecnici. I figli si vergognavano della pazzia dei loro padri e cercarono di dimenticarla. E perdettero tutto perché erano troppo savii e sapevano cosa significhi dir di no alla gente che strepita, specie se è numerosa, non essere del parere dei più, sfidare chi comanda, pensare con la propria testa, e, quel che è peggio, pagare di persona e di tasca. I liberali, bisogna dirlo, furono molto savii, e se tra loro c’era qualche matto, lo misero subito da parte e se non riuscì loro di metterlo al manicomio appartenendo alla specie innocua dei filosofi o degli economisti, li trattarono con le buone, dissero loro sempre di sì, e poi agirono da savii, facendo il comodo loro, agendo cioè così bene da savii, che ebbero, come dicono appunto i savii, il malanno, il danno e l’uscio addosso.

Ora i liberali hanno bisogno di un matto, di un matto da cima a fondo, un matto, come diceva Léon Daudet, perpendicolare.

Senza questo matto, i poveri liberali non riusciranno più ad essere liberali, perché non si convinceranno più che la libertà è una pazzia e che loro conviene fare, di conseguenza, cose da pazzi. La paura dei savii che un giorno i liberali riscoprano questa verità e si mettano, perciò, a fare cose da pazzi è tale che tutti li tengono buoni parlando, quando li incontrano, di libertà, ad alta voce, facendosi l’occhietto, appunto come si fa con i pazzi. Ma io vorrei rassicurare questi savii. I liberali non sono pazzi: aspettano il matto, ma non l’hanno ancora trovato. Ed aggiungo un consiglio per il giorno che il matto si sarà messo davvero in giro; inutile parlare di libertà avanti a lui. Non ci sarà modo di tenerlo buono. Guardate quali botte da orbi tirarono giù i Cavour, i Ricasoli, i Farini e persino matti dall'’apparenza innocua come Mamiani. Attenti ad un matto come Lanza: c'’è pericolo che voglia prendersi la rivincita della rivincita del ‘70. Guardatevi da un matto come Sella: c'’è rischio che dobbiate pagare le imposte e, per di più, le tasse. Se siete letterati e incontrate un pazzo come De Sanctis potete essere messi con le spalle al muro ed alla fine trovarvi senza poetica in tasca. Quale diabolica natura possa avere un pazzo liberale non si può sapere: può pretendere che ognuno sappia il suo mestiere e che si lavori nelle ore d'’ufficio, o che i patti sino rispettati, o che non ci si arricchisca a spese d’altri, stiano attenti gli imprenditori: i pazzi liberali parlano di libero mercato, di libera concorrenza, sono contro i privilegi, i monopoli ed il protezionismo. A queste parole si riconoscono facilmente: e in genere ne parlano soltanto. Ma se arriva il vero matto, quello che il Partito Liberale va cercando e non trova, i guai possono diventare grossi. Poiché un vero pazzo, le pazzie non solo le dice, ma le fa: ed ha il fiuto infallibile per riconoscere coloro ai quali piace sentir dire pazzie e, a sua volta, farle. Da giovane ho studiato i pazzi e mi trovai a far pazzie come loro: posso dire che di pazzi me ne intendo.

Sono sicuro che il gran matto liberale scoverà i poveri diavoli tassati più dei miliardari, i commercianti che non possono vendere al ribasso, i consumatori che non avranno più niente da consumare e si saranno ridotti pelle e ossa, gli imprenditori in cerca di qualche pezzo grosso al quale promettere la percentuale per riscuotere il danaro che lo Stato gli deve. Siate sicuri che questo grosso pazzo si metterà a gridare che questo è uno Stato socialista che non fa il socialista e che bisogna dargli addosso, perché non vi fa né circolare, né mangiare, né dormire, ed è pieno di funzionari, di aspiranti funzionari, di capi servizio, di capi dei capi servizio e sarà capace di gridare che ogni piano quinquennale si risolve in lavori forzati e in una grossa tipografia che stampa tessere, tessere, tessere a non finire, fino alla tessera della tessera e alla distribuzione programmata nel nulla.

I pazzi sono qualche volta pericolosi, ma i savii sono sempre dannosi. Il liberalismo ha fatto una tale cura di saviezza, che, ora gli occorre un pazzo e con urgenza. Spero che lo trovi, sebbene di questi tempi sia difficile poiché anche la pazzia è razionata e la furberia, che è tutt’altra cosa, tenda a prendere il posto. Tuttavia non bisogna disperare.

Il giorno in cui il matto che occorre ai liberali sarà venuto fuori, ci sarà, nel mondo, un gran sollievo. La gente che sogghigna, comincerà a sorridere e finirà per ridere: e quando sulle piazze si presenterà il solito spacciatore di felicità e di giustizia, una grande risata lo accoglierà come oggi lo accolgono gli applausi: e ad ogni discorso ci sarà il contraddittorio. Il matto liberale comincerà a fare i conti e a sommare i sogni con i risvegli e le promesse con le delusioni e alla fine alzerà un bel cartello nel quale ci sarà un bel zero al posto della colomba, della bandiera, della falce, del martello, della fiamma, dell'’edera e dello scudo crociato. Sarà una gran processione di gente impazzita ed ilare, contenta finalmente di aver scoperto che chi non fa nulla non ha niente da fare, che dove non si capisce non c’è niente da capire e che le chiacchiere non fanno farina. Allora si riunirà il grande sinedrio della gente savia e comincerà la caccia al pazzo e si dirà che è scappato dal manicomio. Ma, come tutti i pazzi, il gran matto liberale domanderà dove sia il manicomio: e chiederà spiegazioni del bilancio che quadra con i debiti che aumentano, dei prezzi che debbono diminuire con l’inflazione che deve risanare la moneta, delle opere pubbliche che non devono essere attuate nel Mezzogiorno per non disturbare il Settentrione, o del Settentrione che deve sempre però lavorare per pagare la burocrazia che aiuta lo Stato a non pagare i suoi debiti, o i partiti che agitano lo Stato impedendo al Parlamento di funzionare. E finirà per chiedere di essere ospitato a Montecitorio o al ministero del Tesoro, per mettere un po’ d’ordine tra i savii con il magistero della sua pazzia, e sarà credo, difficile rispondergli o dargli torto.

Il tempo della gente savia sta per finire. Socialisti, democristiani, comunisti sono gente savia. Gli uni infatti hanno perduto il credito che avevano, gli altri stanno perdendo quel poco che loro resta, gli ultimi hanno perduto la speranza di conquistarlo. I liberali hanno già, con la loro saviezza di 25 anni, percorso tutta la strada: e non hanno più nulla da perdere, ma tutto da acquistare.

Ma serve loro un matto, un vero matto, un matto senza occhiali da sole. Date un matto ai liberali.

Di Mario Ferrara.

CHE COSA E' IL LIBERALISMO?

Il "Liberalismo" è una dottrina che sostiene la limitazione dei poteri dello Stato a favore dei diritti naturali degli individui (c.d. diritti innati).

Si tratta di una particolare definizione che fa coincidere il liberalismo con il giusnaturalismo.

Il giusnaturalismo afferma l'esistenza di diritti soggettivi — inalienabili ed imprescrittibili — degli individui, prima ancora del sorgere della società e dello Stato. Lo Stato infatti sorge per volontà degli individui, mediante un accordo o contratto fra gli stessi (contrattualismo), e pertanto non può violare questi diritti preesistenti e fondamentali, che rappresentano quindi i limiti al suo agire (altrimenti diventa uno stato totalitario, dispotico).
Anzi, secondo il liberali, lo Stato deve proprio assicurare il rispetto e l'applicazione di tali diritti, e di conseguenza la sua funzione deve essere "minima", in quanto limitata, in un'ottica negativa, a garantire i diritti naturali degli individui.

I diritti fondamentali in questione possono, in linea di massima, raggrupparsi in 2 grandi categorie:

  • diritti o libertà intellettuali e spirituali (libertà d'opinione, di pensiero, d'associazione, di stampa, d'espressione, di religione, etc...);
  • diritti o libertà economici (diritto di proprietà, libertà d'iniziativa economica, etc...).

Sono stati proprio i diritti economici, ampiamente tutelati dal liberalismo, a convogliare verso di esso le più pesanti critiche. L'accusa maggiore fatta al pensiero liberale è infatti quella di aver espresso solamente gli interessi dei ricchi proprietari, cioè della borghesia, e di considerare la proprietà come il diritto per eccellenza, al quale tutti gli altri sono subordinati. Per cui le libertà rivendicate non riguardano tutti gli uomini, ma solo una minoranza di questi.

È la storia stessa a rispondere a tale accusa: gli stati moderni non sono certo classisti, e tuttavia sono definiti, giustamente, liberal-democratici.

Il pregio più grande del liberalismo è sicuramente quello di dar luogo a società aperte (Popper), cioè a società in cui è sempre possibile una loro futura correzione, perché vige continuamente il principio (liberale) del confronto di opinioni diverse. Anche in questo contesto, quindi, affiora il minimalismo della società liberale, la quale deve limitarsi a dettare le regole per il corretto svolgimento dell'antagonismo tra i membri della collettività. Pertanto, lo stato liberale è per definizione pluralistico e conflittuale, ma pure limitato (nei suoi controlli verso il cittadino) e minimo (nelle sue funzioni).

Abbiamo detto che le società contemporanee sono dette liberal-democratiche. Questo perché la democrazia (governo del popolo) è la naturale prosecuzione del liberalismo. Storicamente infatti, quando le libertà riconosciute dal liberalismo sono sfuggite al privilegio dei pochi signorotti feudali, diventando patrimonio di tutti, l'estensione fisiologica dei diritti civili (liberali) ha avuto il suo naturale completamento con l'attribuzione dei diritti politici (il suffragio universale ed il metodo proporzionale di voto) e con l'inserimento della classi più basse nello stato. Si è posta così la base per società non solo liberali, ma anche "democratiche".

Tuttavia non si deve pensare che tra liberalismo e democrazia vi sia piena complementarietà e perfetto accordo ideologico. Anzi queste due dottrine politiche si sono presto messe in contrapposizione, soprattutto quando il termine "democratico" è diventato sinonimo di socialismo egualitario. Trasformazione terminologica (e di fatto) che si è verificata immediatamente dopo la rivoluzione industriale, quando la nascita di una nuova aristocrazia oligarchica (non più i proprietari terrieri, bensì i proprietari di capitale) e di una nuova generalizzata plebe (gli operai delle fabbriche) ha fatto nascere il movimento socialista ed ha pure costretto la concezione liberale ad un suo totale ripensamento.
Adesso è pacifico per tutti che lo stato non può avere solo funzioni "negative", ossia non può solo limitarsi a dettare regole di convivenza pacifica fra gli individui, ma deve intervenire sempre più nella vita sociale ed economica dei cittadini, mediante la politica fiscale, la politica creditizia, la costruzione delle infrastrutture, le provvidenze agli indigenti, la sanità, l'istruzione, ecc...

Si è passati quindi da un liberalismo di stampo classico ad un liberalismo chiamato di stampo democratico. In altre parole l'attuale pensiero liberale non mette più in dubbio la necessità di un welfare state (uno stato sociale, con ampi interventi pubblici) e si è avvicinato, per molti versi, ai democratici e addirittura ai socialisti.

La differenza rispetto a questi ultimi sta però nei modi di applicazione dello stato del benessere: mentre i liberali vorrebbero solo porre le norme entro le quali far operare lavoratori, risparmiatori e imprenditori, i socialisti vorrebbero allargare oltremisura i sussidi e soprattutto dirigere materialmente l'azione di queste categorie sociali.

Quindi il liberalismo è incompatibile con l'egualitarismo dei socialisti, cioè con l'obiettivo di una redistribuzione del reddito (egualitarismo distributivo) che garantisca a tutti uno stesso reddito e stile di vita, perché il socialismo comporta il venir meno delle libertà dei singoli, l'instaurazione di un programma autoritario e, in conclusione, la trasformazione dello stato nell'esatto opposto di una società liberale.

Nel mondo moderno quindi, i gruppi ed i movimenti politici, comunque si chiamino (laburisti, progressisti, riformatori, nazionalisti, repubblicani, democratici oppure, per usare i termini italiani, di centro-destra o di centro-sinistra), possono sempre riferirsi ad una delle due storiche dottrine filosofiche e politiche: quella dei liberali da una parte e quella dei democratici dall'altra, ovviamente con infinite sfumature al loro interno.

Pertanto: liberalismo versus partito democratico.

sabato 14 giugno 2008

Cominciamo dall' ABC...

E' con enorme piacere che diamo il via a questa significativa esperienza liberale a Modena e provincia. Militiamo all'interno del Popolo della Libertà al fine di aiutarlo, giorno dopo giorno, a divenire sempre un po' più liberale! In verità abbiamo, credo, assistito fino ad ora, ad un' involuzione di tale sistema il quale ha provocato lo scoraggiamento di molti. Proprio per questa ragione invece, c'è ora necessità di darsi da fare per divulgare cultura e costruire una rete organizzativa, via via più efficiente e compatta, fra ogni varia entità liberale distribuita nel paese.
Non ho la presunzione assurda di pensare che da qui al prossimo anno la società italiana muterà radicalmente grazie al nostro impegno, ma sono altresì convinta che se ora non seminiamo alcunchè, un domani di certo nessuno raccoglierà mai nulla!
Sono svariate le motivazioni che hanno portato l'Italia ad essere oggi quella che è, tante sono le responsabilità di altri è vero, ed altrettante sono le nostre. Perchè siamo NOI liberali che dobbiamo farci sentire, organizzarci e combattere per i nostri valori e per dare contributi effettivi e concreti alla società. Se non ci pensiamo noi, chi lo deve fare? Allora basta piangere sul latte versato, basta lamentarci di non essere riusciti a rivestire ruoli importanti ai vertici del governo, dando la colpa sempre a qualcosa d'altro ed esterno a noi!
ORA E' VENUTO IL TEMPO DI SCENDERE IN CAMPO DAVVERO.
TUTTI UNITI!
Perchè facciamo ciò?
Semplice, perchè ci crediamo e perchè non riusciamo ad essere altro da ciò che siamo: "liberali".